A quando un vero Stato laico?

Il principio di laicità dello Stato è una diretta conseguenza dell’affermazione del costituzionalismo liberale e si collega strettamente a una tutela più forte della libertà confessionale, poiché trae origine dai processi di secolarizzazione e comporta, da un lato, una netta separazione tra la sfera politica e religiosa e, dall’altro, il definitivo abbandono del c.d. giurisdizionalismo (di cui era espressione il principio “cuius regio, eius et religio”). L’Italia nasce dichiaratamente laica e il suo programma nei confronti della fede è ben sintetizzato dalla celebre frase del conte de Cavour Camillo Benso: “Libera Chiesa in libero Stato”. Libera la Chiesa di occuparsi delle anime dei suoi fedeli, ma libero anche lo Stato di curare le cose terrene secondo le proprie leggi.

Ma, non è sempre stato così e tutt’ora continua a non esserlo. Una netta inversione di rotta si ebbe nel 1929 quando il regime fascista stipulò con la Città del Vaticano i Patti Lateranensi. Nel concordato si affermava che “la religione cattolica apostolica e romana è la sola religione dello Stato”. E con ciò la conciliazione faceva ufficialmente dell’Italia uno stato confessionale. Solo nel 1984, con la revisione delle disposizioni concordatarie fu possibile riaffermare (art. 1) che “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. L’Italia tornava pertanto ad essere, almeno teoricamente, uno stato laico. Ma, la pratica è diversa.

Niente di nuovo sotto il sole, ma la consapevolezza di un reiterato privilegio a scapito di condizioni di vero pluralismo religioso e quindi di vera libertà confessionale. Ne ha dato notizia il 14 dicembre scorso il sito del Ministero dell’Istruzione: entro l’anno prossimo si terrà il concorso per l’assunzione degli insegnanti di religione cattolica. Una decisione che arriva dunque a ben diciassette anni dal primo bando, del 2004 (l’allora Ministra dell’Istruzione era Letizia Moratti - governo Berlusconi II); e che si inserisce nel quadro del concordato bis di Villa Madama tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana.

Fino ad allora niente di antagonico. Anche perché cattolicità, dal greco καθολικός [katholikós], significa “generale” o “universale”. Ma, basta consultare i requisiti di partecipazione alla procedura concorsuale che si trova il paradosso: “è prevista la certificazione dell’idoneità diocesana rilasciata dal responsabile dell’ufficio diocesano competente nei novanta giorni antecedenti alla data di presentazione della domanda di concorso”. È prerogativa l’idoneità diocesana rilasciata dal vescovo nei 90 giorni antecedenti alla data di presentazione della domanda. Posti di lavoro pubblici decisi dal clero, che seleziona cittadini italiani in base a comportamenti che tengono nella vita privata e alla loro fedeltà alla dottrina della Chiesa romana. Facile immaginare che i concorrenti saranno a lui debitori per questo “miracolo” a spese della collettività.

Lo stesso succede ai cappellani. In definitiva la figura continua tuttora a essere riservata nel nostro ordinamento solamente a “sacerdoti cattolici” (art. 17, D. lgs n. 66 del 2010), i quali soltanto risultano essere organicamente integrati nell’istituzione con costi completamente a carico dello Stato; quindi a contribuenti credenti e no. Per gli altri fedeli non è previsto un’analoga assistenza spirituale stabile, ma solo la possibilità di ricevere sostegno di propri ministri (art. 1471, co. 1, 4), chiamati quindi a svolgere un servizio volontario su richiesta. Va ricordato che alla luce delle recenti restrizioni sui requisiti, essere riconosciuto ministro di culto resta impresa ardua e quasi impossibile per le confessioni senza intesa.

Si ufficializza una vera incoerenza chiaramente riesumando il principio della religione statale italiana: i cappellani cattolici sono “figure autonome rispetto all’organizzazione militare”, ma mutuano da essa i medesimi trattamenti economici di grado. L’arretratezza del provvedimento è palese se si pensa che Alessandro Gavazzi, cappellano di Giuseppe Garibaldi, fosse protestante e che nel 1915 il generale Luigi Cadorna riconobbe, oltre ai cappellani cattolici, anche evangelici ed ebrei. Lo sfondo è sempre quello della Legge 512/1961, secondo la quale l’assistenza spirituale alle forze armate “ha il compito di integrare, secondo i principi della religione cattolica, la formazione spirituale delle Forze Armate stesse” (art. 1, comma 1).

Come pastore battista, continuo a reclamare per riforma.

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